L’infelicità è ben altra cosa, questo lo so. E un po’ mi rassicura non poter parlare di infelicità, ma di disagio.
A volte penso che uno psichiatra mi direbbe che sono brava a scomporre ogni mio atteggiamento, ma che poi non so cosa fare con le parti smontate e per questo non trovo soluzioni.
Disagio è il senso di onnipotenza che si scontra contro la piattezza della realtà, contro la mia inettitudine che Zeno in confronto è un pivello, contro il mio cervello che filtra i pensieri e mi impedisce di scrivere, ma soprattutto di parlare.
Mi fa annuire: nessuno annuisce così tanto come me - da piccola annuivo pure al telefono, e dall’altro capo mi dicevano “parla, che non posso vedere se stai annuendo!” - e sorridere nervosamente, che credo sia una cosa in grado di infastidire anche il Dalai Lama.
Ogni giorno che passa il mio pensiero si avvicina di più a casa. A una fuga in una parte del mondo in cui niente di ciò che sono ha un significato.
Da troppo tempo vivo in attesa di vivere, e se suona così trash è perché lo è.
Vorrei essere capace di superare davvero tutti i periodi della mia vita senza avere la tremenda sensazione di aver perso qualcosa. E invece bastano poche foto, due righe, per un rimpianto che non so nemmeno comprendere. La nostalgia fortissima per qualcosa che in effetti non mi manca.
Il mio diciannovesimo compleanno: ero magra come un chiodo, faticavo ancora a mangiare bene dopo l’incidente. Ero stata - quanto, due mesi? - senza poter togliere il bite. Voilà, pantaloni a vita bassissima e la pancia anche un po’ di fuori, nonostante sia stato sempre il mio lato peggiore.
Nelle foto non sono truccata - sembro un piccolo cadaverino, coi capelli lunghissimi -, e sotto l’occhio sinistro ho ancora un segno rosso ben evidente, così come la cicatrice sul mento. Per il resto ricordo solo una felicità nuova e inarrestabile. Era solo l’inizio di un anno assurdo, fatto di disastri megagalattici e - di nuovo - felicità che probabilmente si provano solo a diciannove anni e poi mai più. Essere magre è una di quelle, eh.
Non riuscirò mai bene a capire questa cosa delle persone che un giorno spariscono, o che decidi per qualche motivo di fare sparire. Sto sempre a guardare dietro di me, manco fossi un Orfeo di questi. E invecchiare ti fa pensare ogni giorno al fatto che un giorno potresti sapere che qualcuno è morto, e che magari non ricordi più nemmeno l’ultima volta che l’hai visto.